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Storie d'amore e di morte | Nemici di Isaac B. Singer


“Herman pensò al detto yiddish secondo il quale dieci nemici non riescono a infliggere a un uomo il danno che egli è in grado di infliggere a sé stesso. Eppure sapeva di non agire da solo; c’era sempre il suo nemico occulto, il suo demone avversario. Invece di distruggerlo rapidamente, il suo nemico continuava a inventare per lui torture nuove e sconcertanti.”

Come si fa a parlare di un libro così? Io davvero non ne sono all’altezza, mi sentirei di violarne l’integrità, di sminuirne il valore. Non è un romanzo fine a sé stesso, è la storia di una persecuzione mai davvero finita, di un senso di morte che ti soffia aria fredda sul collo anche la notte, di una maledizione che ricade su un intero popolo, di una prigionia crudele, di una diaspora senza fine.


Herman, il protagonista di questo libro, è un uomo che è riuscito a sfuggire i campi di concentramento con l’aiuto di una donna, una contadina che era sempre stata a servizio in casa sua e che, in tempo di guerra, lo tiene nascosto in un fienile per tre lunghissimi anni, mentre lui credeva sterminata tutta la sua famiglia, la moglie Tamara e i loro due bambini. La guerra finirà e Herman riuscirà a fuggire in America, portando con sé la contadina polacca che lo aveva salvato e sposandola in segno di riconoscimento, ma il senso di colpa e un incredibile incapacità di adattarsi alla nuova condizione renderanno un infermo la vita di Herman. A New York avrà un amante, Masha, che sarà l’ennesima condanna per lui, e ritroverà anche Tamara, la moglie che credeva morta, ma nessuna di queste persone riuscirà davvero a salvarlo da sé stesso.


Un’anima eternamente in fuga che porta il peso di un’intera generazione di ebrei, sfuggiti fisicamente alla morte, ma ormai privi di qualsiasi capacità di vivere. Ci sono tante storie in queste pagine e ognuna racconta un dramma diverso causato non solo dalla guerra, ma da ciò che gli essere umani in genere riescono a distruggere con le loro stesse mani. Soprusi, crudeltà, miseria sono tutte facce della stessa medaglia; perfino il nazismo subisce uno sconto di pena ed è continuamente messo a confronto con altrettante situazioni di terribile repressione, come i Gulag russi.


“Shifrah Puah diceva che l’anima, al pari del corpo, era in grado di incassare un certo numero di colpo e non di più; poi smetteva di provare dolore.”

E come nella migliore tradizione della letteratura ebraica, si ha la sensazione continua di leggere una storia nella storia, un senso di eternità pervade le pagine e i personaggi si caricano di un significato antico, allungando lo sguardo verso un futuro che porta inevitabilmente addosso i segni del passato. Le vite di queste persone sembrano essere guidate dal caso, sbandano nel vento come rami spezzati, eppure un filo stretto li tieni tutti legati, un destino comune, atavico, impietoso. Un Dio distante li guarda dall’alto e il senso di abbandono di queste persone che hanno vissuto le peggiori atrocità non li lascia nemmeno nel giorno della loro fine.


“Herman si era reso conto da tempo che la mente contiene più di quanto non si raccolga in una singola vita. I geni sembrano ricordare altre epoche.”

Come sia possibile esprimere tutto questo e molto di più in poco più di 200 pagine, io davvero non lo so. Ci vuole la capacità di Isaac Bashevis Singer, di scrittori che come lui fanno dell’inchiostro il più potente mezzo di espressione che sia mai esistito, trasformando ogni parola in un’acuta e fortissima immagine di vita e di morte.


 

Isaac Bashevis Singer

(Radzymin, Polonia, 1904 - Miami, Florida, 1991) scrittore ebreo-polacco di lingua jiddish. Di ascendenza rabbinica, trascorse l’infanzia nel quartiere popolare di Varsavia dove il padre aveva il suo «Beth Din» (tribunale religioso ebraico): l’esperienza di questo ambiente osservante e avventuroso, domestico e insieme sacrale (rievocato nel libro di ricordi Alla corte di mio padre, 1966), così come gli studi nel seminario rabbinico di Varsavia, furono determinanti per la sua personalità di scrittore, rivelatasi dopo che, nel 1935, si trasferì a New York. Il suo primo romanzo, Satana a Goray (1935), ritrae la tentazione messianica, ossia il sogno mistico-erotico e perverso di cooperare all’infrazione della legge, per accelerare il trionfo del male che deve precedere la redenzione totale: è la metafora della seduzione dell’indistinto e dell’informe, sulla quale Singer ritornerà spesso, per interpretare il mondo moderno disgregato in una molteplicità centrifuga e caotica. Seguirono (sempre scritti in jiddish e poi tradotti in inglese con la collaborazione dell’autore) i romanzi La famiglia Moskat (1950), La fortezza (1955-57), Lo schiavo (1960), Il mago di Lublino (1960), La proprietà (1969), Shosha (1978), Schiuma (1991). Ma è soprattutto nelle raccolte di racconti Gimpel l’idiota (1957), I due bugiardi (1961), Breve venerdì (1964, nt), il cui originale jiddish risale ad anni precedenti, che Singer raggiunge l’apice della sua grandezza. Scrivendo le sue brevi novelle e le sue parabole, piene di trasporto chassidico e di terrestrità, crea un linguaggio unico, uno stile essenziale e visionario che, negando ogni corrente forma letteraria, rappresenta in tutta la sua intensità l’infrangersi della monolitica unità del sistema di valori dell’ebraismo (e di ogni altra cultura) in una delirante molteplicità di particolari selvaggiamente autonomi. La sua narrativa di attinge dalla storia recente o antica del ghetto e della provincia ebraica polacco-galiziana e, più tardi, dall’esperienza della moderna diaspora negli Stati Uniti e in Israele, personaggi e motivi volta a volta pittoreschi, sensuali, patetici, intensamente religiosi, favolosamente candidi, per evocare ogni volta impassibilmente il miscuglio di bene e di male, di tenerezza creaturale e di bestialità di cui è fatta la vita. A quelle citate hanno fatto seguito altre raccolte di racconti: La seduta (1968, nt), Un amico di Kafka (1970), Una corona di piume (1973), Passioni (1975), La luna e la follia (1986). Singer è anche autore di fiabe: Zlateh la capra (1966), Mazel e Shlimazel, ovvero il latte della leonessa (1967), Quando Shlemiel andò a Varsavia (1968), e di una trilogia autobiografica, uscita in italiano con il titolo Ricerca e perdizione (1975-81). Nel 1978 ha ottenuto il premio Nobel.

 

Nemici

Autore: Isaac Bashevis Singer

Editore: Adelphi

Pagine: 257

Anno di pubblicazione: 1972

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