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Appartenenze perdute e ricostruzioni | L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

Aggiornamento: 3 mar


Su questo libro è stato scritto già tutto. L’ho letto in ritardo rispetto all’uscita, come spesso mi capita. Raramente riesco a stare dietro alle novità, ma questo in generale, non solo per quanto riguarda i libri. Non avrebbe senso, quindi, raccontarvi questo romanzo, che molti di voi avranno sicuramente già letto, ma sento il bisogno di provare a spiegare perché mentre lo leggevo ne sono rimasta rapita, perché non riuscivo a smettere di leggerlo.

Uno dei motivi riguarda sicuramente la fluidità della scrittura di Donatella Di Pietrantonio, la sua capacità di trasportarti dentro al romanzo, con le case, i paesi, le campagne, le persone, i profumi, i sapori. Tutto diventa tangibile, vicino, il sole scotta, gli odori pungono le narici ed è così che un romanzo ti entra sottopelle generando vicinanza e, certamente, la commossa e intensa partecipazione al dolore dell’Arminuta.


Ma non è l’unica ragione per cui sono arrivata all’ultima riga completamente immersa in questa storia. Mi ricordava qualcosa, qualcuno forse. Continuavo a procedere nella lettura con quel vago senso di familiarità che non riuscivo a spiegarmi.

Poi, una mattina, ero al telefono con mia madre, che lo ha letto pochi giorni prima di me. Parlavamo del libro e di quanto fosse crudele quello che succede alla protagonista. Mia madre, però, non sembra sorpresa. “Capitava – mi dice – a te ora sembra strano, ma un tempo le famiglie in difficoltà lasciavano spesso che uno dei propri figli fosse affidato ad un’altra famiglia, magari più benestante. Anche io da bambina ricordo le visite insistenti di una coppia di zii alla lontana, che non potevano avere bambini e non facevano altro che chiedere a mia madre di lasciarmi andare a vivere con loro.”


Ecco, ora la ricordo quella storia. Me la raccontava sempre anche mia nonna, ed era proprio lei quel pensiero di famiglia che continuava a rincorrermi tra le pagine di questo romanzo. Felicia, una donna forte, con la pelle scaldata dal sole della campagna, gli occhi neri, profondi, un lutto portato per decenni e sporco di farina. Pochi baci, qualche carezza di sfuggita, ma la certezza che si sarebbe buttata nel fuoco per salvarmi. La vedevo ne La Madre, in quei gesti così semplici, eppure essenziali, nella ciotola di fagiolini che mi aiutava a pulire, nelle preghiere ancora così piene di superstizione, nell’incapacità di esprimersi bene con le parole e di esternare le emozioni.


Sarei andata avanti a leggere per mesi, perché la vedevo, la cercavo quasi con affanno, pagina dopo pagina, e l’ho trovata, ogni lettore trova nei libri una parte di sé. Ed è questa la forza invincibile della letteratura.

Nei confronti di scrittori così mi sento debitrice. Gli devo tutte le parole che non sono riuscita a scrivere, o a dire. Grazie Donatella.

“Nel tempo ho perso quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.”

 

Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Con L'Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in piú di 25 paesi) ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Campiello, il Premio Napoli e il Premio Alassio. Per Einaudi ha pubblicato anche Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati, Borgo Sud (2020) e Mia madre è un fiume (2022, prima edizione Elliot 2011) vincitore del Premio Tropea.

 

L'Arminuta

Autore: Donatella Di Pietrantonio

Editore: Einaudi

Pagine: 163

Anno di pubblicazione: 2017

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