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Furore




“Duecentocinquantamila persone sulla strada. Cinquantamila vecchi catorci – fumanti, feriti. Relitti lungo la strada, abbandonati. Cosa gli sarà successo? Che fine avrà fatto la gente che viaggiava su quella macchina? Hanno continuato a piedi? Dove sono? Da dove arriva questo coraggio? Da dove arriva questa spaventosa fede? E qui c’è una storia che vi sembrerà incredibile, però è vera, ed è divertente ed è anche bella. Una famiglia era stata cacciata dal posto dove viveva. Erano in dodici e non avevano una macchina. Si sono costruiti una roulotte con dei rottami di ferro e ci hanno caricato tutto quello che avevano. L’hanno portata sul ciglio della 66 e si sono messi ad aspettare. E dopo un po’ si è fermata una berlina e li ha presi su. Cinque di loro sono saliti sulla berlina, sette sulla roulotte. Sono arrivati in California in un lampo. L’uomo che li ha trainati gli ha dato anche da mangiare. Ed è tutto vero. Ma come si può avere un coraggio simile, e così tanta fede nel prossimo? Sono poche le cose che possano insegnare una fede simile.”

Li chiamavano Okie, gli abitanti dell’Oklahoma (ma anche del Texas e del Kansas) costretti a migrare verso ovest per sopravvivere. Uomini, donne, intere famiglie, in gran parte di contadini, per anni hanno sfruttato le loro terre fino a ridurle a una nuvola di sabbia e di polvere, mossi da forze di mercato nazionali e internazionali che durante la guerra li avevano spinti allo sfruttamento agricolo oltre ogni limite naturale. Terre che oggi verrebbero considerate inadatte alla coltivazione vennero ridotte ad un’immensa distesa sterile. Il suolo si seccò, diventando polvere, e venne soffiato via verso est, principalmente in grandi nuvole nere. Un vero e proprio disastro ecologico, quasi dieci anni di tempeste di sabbia che portarono via gran parte di quella terra, finita per sempre nell’Oceano Atlantico, insieme ai sogni della gente che vi abitava. Le famiglie si arresero e partirono e il viaggio raccontato da Steinbeck diventa il racconto corale di una fetta di umanità che supera ogni limite di tempo e di spazio. Il coraggio e la disperazione insieme possono davvero spingere un essere umano ad affrontare le prove più difficili ma forse nessuno di noi si aspetterebbe di dover pagare il prezzo più alto di tutti: perdere la propria dignità. Quale colpa ci può essere in un uomo costretto a partire, a lasciare la propria casa e tutti i suoi averi? Quale assurdo meccanismo innesca la miccia dell’odio in quelli che incontri sulla tua strada e che, invece di avere compassione per te, decidono che tu sarai il loro bersaglio da colpire, deridere, umiliare o anche, semplicemente, ignorare?

Leggere le pagine di Furore porta inevitabilmente ognuno di noi ad interrogarsi sul grande tema della migrazione ed è sconcertante accorgersi di quanto siano attuali. E’ un tema che si ripete, che torna e ritorna nella storia; cambiano gli scenari, le motivazioni di fondo, le destinazioni, i mezzi di trasporto, ma quello che resta è il coraggio di chi parte e la paura di chi ti vede arrivare e non capisce e non vuole capire e quindi ti rifiuta e ti respinge. Perché si fa prima ad odiare che a comprendere.

Mio nonno era un migrante. Forse è per questo che sento così vicino questo romanzo e che mi è rimasto tanto nel cuore. Partì dall’Italia negli anni ’50 alla volta del Sud America per cercare fortuna. Sua moglie e sua figlia Angela lo raggiunsero poco tempo dopo e lì, sotto il sole di quelle terre che profumavano di oceano e di erba mate, nacque mia madre. Ma la sorte non fu benevola con loro. Dopo 14 anni di duro lavoro e con i pochi risparmi accumulati, mio nonno decise ci partire di nuovo: voleva tornare in Italia, la sua terra. “Aspettate un po’, qualche mese forse. Il tempo di capire com’è la situazione, di trovare un lavoro. Vi dirò io quando raggiungermi.” Ma i mesi passavano e sua moglie, rimasta lì con due figlie in un paese che nonostante il tempo le era ancora straniero, cominciò a pensare di averlo perduto. Ed eccolo di nuovo il coraggio, la fede inspiegabile che ti spinge a vendere tutto - casa, mobili, i pochi oggetti di valore - mettere il necessario in due bauli, comprare con i soldi ricavati tre biglietti per un viaggio transatlantico in nave alla volta dell’Italia, un viaggio che sembrava interminabile. Quasi un mese di navigazione con un gran peso sul cuore e la determinazione di una donna che non sa cosa le succederà, ma sa che deve andare. Il resto della storia è la storia di tante famiglie, di sacrifici, di lavoro, di addii e di ritorni. Nessuno di noi ha mai saputo dove avesse preso quella donna il coraggio di affrontare il viaggio da sola, con le sue figlie, ma di sicuro ne valse la pena perché l’uomo che voleva riabbracciare lo perse poco tempo dopo il ritorno e allora a tutto era valso il sacrificio.

Quando ho finito questo romanzo mi sono sentita profondamente scossa. Qualche settimana dopo, per una rubrica di interviste che curo per la Biblioteca del Centro Studi Americani, ho avuto modo di fare alcune domande su Steinbeck al prof. Luigi Sampietro, già docente di Letteratura Anglo Americana presso l’Università di Milano, curatore delle opere di John Steinbeck per Bompiani. Mi ha spiegato con immediata chiarezza perché ero riuscita a recepire in modo così preciso il messaggio di questo romanzo.

“Steinbeck scrive, se posso usare un’iperbole, un’esagerazione, uno scherzo, nel modo in cui scrivevano gli evangelisti o scriveva Marco Polo nelle sue cronache sulla Cina; il suo stile è limpido, chiarissimo, semplice, aderente alla realtà […] Lui scriveva per i contemporanei, ma in realtà, a lunga gittata, si può dire che scriveva al di fuori del tempo, scriveva anche per i posteri. Aveva quella caratteristica del grande intellettuale di essere, come dice Borges, fuori dal tempo.”

E così tutto in Furore trova una sua precisa collocazione, compreso l’uomo che non è più al centro di tutto ma diventa parte, come vuole il pensiero trascendentale americano al quale Steinbeck si ispira, di un universo più grande, dove egli esiste solo in funzione del suo rapporto con la natura e con il resto della società. Il messaggio è chiaro, non ha bisogno di intermediari e il viaggio della famiglia Joad diventa il viaggio di ogni uomo alla ricerca del suo pezzetto di felicità. E la strada è lunga, polverosa, piena di insidie; ti puoi stancare fino a quasi a morire, puoi perdere tanti pezzi di te, finanche lasciare indietro per sempre uno o più tra i compagni del tuo viaggio; ma ognuno di noi dovrebbe sempre tenere a mente che il punto in cui si trova ora non è altro che la tappa di un viaggio partito da molto lontano, che siamo tutti parte di un’umanità che migra, che ognuno di noi ha il diritto inalienabile di lottare per sopravvivere e di sognare il proprio posto nel mondo.

Concludo con le parole del prof. Sampietro, un elogio alla letteratura, unica grande forza centripeta capace di farci sentire ancora una parte del tutto.

“La letteratura ti diverte, la letteratura ti distrae, la letteratura ti nutre e ti eleva, ma soprattutto c’è una cosa che la letteratura può fare. La letteratura è falsificazione, è gioco di specchi, è riproduzione di una realtà che non esiste, ma è l’unica che sinteticamente, sincreticamente, mette insieme e riproduce una finta realtà, come se fosse la realtà, e permette e promuove una forma di conoscenza che non sarebbe possibile in nessun altro modo. […] Davanti a un romanzo io ho lo stesso impatto di quando incontro una persona in treno e attacco bottone: ho la vita, ho qualcosa di assolutamente totale.”

John Steinbeck

(1902-1968), è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel 1962 venne insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà. Le nuove edizioni di tutte le opere di John Steinbeck sono in corso di pubblicazione presso Bompiani, a cura di Luigi Sampietro.


Furore

Autore: John Steinbeck

Editore: Bompiani

Pagine: 660

Anno di pubblicazione: prima edizione 1939; questa edizione Bompiani 2013

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